I locali che non ti fanno entrare e le ragazze che possono cambiare il mondo
Il personale di un locale notturno di Ravenna ha respinto un giovane di origini africane che voleva entrare con un gruppo di amici. L’episodio lo ha turbato e il suo sfogo su facebook è stato accolto e commentato da molti soggetti…
Fra questi il personale del locale che ha immediatamente ammesso il proprio errore (riconducendolo a uno scambio di persona) prendendo le distanze da ogni interpretazione razzista e sottolineando che nel locale entrano abitualmente giovani di ogni razza.
Il dibattito è poi proseguito. E’ giusto che vi siano persone con potere decisionale di far entrare o meno la clientela? Quali sono i criteri adottati? Quali sarebbero quelli teoricamente “giusti”? A chi giova che ci sia un filtro all’entrata?
Pensavo (e speravo) che fosse un problema tipico degli Anni Novanta, oggi superato. Che la crisi avesse portato i locali ad accogliere qualsiasi tipo di clientela disposta a pagare il biglietto. Vedo che invece il tema è tornato di moda.
Io ho frequentato poco (ma non pochissimo) i locali notturni. Una cosa del genere mi accadde solo una volta direttamente e una indirettamente. La prima volta avevo trent’anni circa. Un tizio mi bloccò all’entrata e con una certa “professionalità” (si dice così) mi fece notare che i mocassini che indossavo “non andavano bene” e mi chiese se avessi qualcosa in macchina per cambiarmi…
“Certo! – risposi io – giro sempre con tre o quattro cambi sperando che ce ne sia almeno uno che ti piaccia!”. Mentre rispondevo così si affacciarono le due amiche (una delle quali finalista di miss Italia pochi anni prima) che erano già entrate e mi chiesero cosa stesse succedendo. Il funzionario le notò e mi autorizzò immediatamente ad entrare, senza porre più difficoltà. Io a quel punto non volevo più. Ma nemmeno volevo rovinare la serata delle mie amiche. Così entrai, ma giurai a me stesso che non sarei mai più entrato in quel locale. Giuramento che ho mantenuto (a volte non è stato comodo) con un’unica eccezione legata ad un impegno giornalistico.
Nello stesso locale, qualche tempo dopo, accompagnai un amico che voleva entrare con il figlio (bel ragazzo, vestito con grande eleganza) che compiva quel giorno 18 anni. Fui così testimone del respingimento del ragazzo perché “era troppo giovane”. A nulla valsero le insistenze del padre e degli altri del nostro gruppo.
L’insegnamento che ne trassi fu: “se ci sono locali che non hanno piacere di ospitare gente come me non è giusto che io cerchi quei locali per passare il mio tempo e spendere i miei soldi. Andrò altrove”
In teoria è semplice. Nei fatti è più complicato.
In linea di massima sono d’accordo che un locale molto affollato si doti di una security (in un locale meno affollato, per esempio un piccolo bar, il ruolo viene svolto dal solo titolare). La security, secondo il mio modo di vedere, dovrebbe scartare soggetti armati (come si fa in stadi, aeroporti e concerti), ubriachi, drogati, molesti, fuori equilibrio o noti alle forze dell’ordine per reati. Ma su questo siamo d’accordo tutti.
Il problema è quando il locale, attraverso la security, definisce la sua clientela di riferimento, escludendo quella che non rientra nei parametri richiesti.
Alcuni locali, ad esempio, verificano l’abbigliamento, scartando soggetti fuori moda o troppo informali. Questo comportamento, apparentemente, è anti-economico (il locale perde alcuni incassi), ma evidentemente fruttuoso, perché attira l’attenzione di una clientela più ricca che potrebbe apprezzare una scrematura di questo tipo.
Apparentemente è anti-democratico. In realtà fa risparmiare tempo anche a chi viene scartato, il quale capisce che dentro non è posto per le sue tasche e per le inclinazioni che dimostra con il suo atteggiamento, la sua età o il suo abbigliamento (non solo nei locali alla moda: ad esempio in un centro sociale presumo verrebbe cacciato qualcuno che si presentasse con tatuaggi nazi o che venisse riconosciuto come esponente della Lega).
Una persona scartata dovrebbe apprezzare l’invito a uscire e farne tesoro. Io ho fatto così, ma, come dicevo, non sempre è semplice.
Il “problema” è che, talvolta, in quei locali esclusivi, ci sono le chiavi per soddisfare alcuni propri bisogni sociali; per esempio per frequentare un tipo di compagnie determinante per la vita lavorativa. Se tutti i colleghi vanno in quel locale (ed entrano perché corrispondono ai canoni che il locale richiede) e a me mi cacciano… ok, io potrò scegliere di andarmi a divertire altrove, ma potrei perdere importanti patrimoni di relazione con le persone che determineranno il mio percorso lavorativo.
Se l’imprenditore che potrebbe assumermi mi dà appuntamento in un locale in cui si rifiutano di farmi entrare… la mia vita di giovane appena occupato, sotto-occupato, pre-occupato, comincia in salita… Se è organizzata lì la convention di venditori del mio settore…
Se i miei amici del calcetto o della palestra devono ogni volta modificare la convocazione del loro incontro annuale per evitare che uno come me venga cacciato all’entrata o per timore che non venga affatto… o io sono in possesso di un formidabile fascino personale, tale da condizionare le scelte degli altri, oppure è facile che la prossima volta si dimentichino di invitarmi…
Altro “problema”: dentro questi locali girano spesso donne favolose, le incarnazioni dei sogni erotici della maggioranza della gioventù maschile. Le ragazze con il fisico, la personalità, l’attrattiva capace di far svoltare l’intera vita di un giovane uomo verso un trionfo di autostima e di considerazione sociale.
Le bellissime ragazze frequentano in grande quantità quei locali perché sono quelli dove più facilmente potranno trovare quello che – doloroso a dirsi – sembra interessarle maggiormente: la possibilità di mettere a frutto la propria bellezza per aumentare il proprio livello di consumi e di sicurezza. Naturalmente la “rivista” all’ingresso non le riguarda. Loro entrano sempre, perché la bellezza è fattore ricercatissimo, che aumenta il prestigio e la potenzialità commerciale del locale. Tanto che, per metterle a loro agio, si chiude un occhio su qualche amico un po’ stazzonato che le accompagna (il mio esempio dell’inizio) e si largheggia nel concedere loro comodità, servizi, bar, eccetera. A volte persino soldi. Probabilmente ricevono solo echi confusi di quanto succede all’entrata e non ritengono importante preoccuparsene, anche se sono ragazze intelligenti e non del tutto insensibili.
Rinunciare ad entrare in quei locali diventa, per un maschio, un dichiarato modo per rinunciare anche a quelle donne di sogno. Non è semplice abortire da questa ambizione, per quanto di difficile realizzazione (vedi canzoni di Max Pezzali e gioventù intere passate ad aspettare che in discoteca succedesse quello che poi non succedeva mai). In tanti vogliono giocarsi quello spicciolo nella slot machine della vita per vedere cosa succede, se, per una volta, esce il jolly. Per questo molti chinano la testa e, la volta dopo, si presentano con i travestimenti che la moda e il sistema dei consumi riconoscono. Un comportamento poco nobile e quasi vigliacco, ma inevitabile, fino a che rimaniamo fatti di carne e sangue.
Per questo dico che le donne, le belle donne, le giovani ragazze, hanno fra le mani (o in altri punti del corpo) un potere enorme, la stessa forza della dinamite, come direbbe Guccini. Semplicemente cambiando la geografia delle loro frequentazioni possono mettere in fuorigioco un sistema che, fondamentalmente, sta in piedi per compiacere loro, testimonial delle tendenze “vincenti”.
Una società che cerca il denaro e i consumi farà sì che le giovani più belle si portino là dove possono trovarli, in luoghi spesso infarciti di volgarità e con scarsa presenza di talento (si balla male, ci si muove senza eleganza, si ascolta pessima musica a volumi fastidiosi, per azzerare qualsiasi relazione sociale basata sul dialogo, per parificare chi ha qualcosa da dire e chi nulla).
Se le belle ragazze si vestissero e si esprimessero al massimo della loro seduttività per andare in altro tipo di luoghi, una popolazione maschile muflona le seguirebbe lì, abbandonando locali sciocchi difesi da una security a quel punto inutile. Di più: una popolazione femminile meno attratta dai consumi e più da beni immateriali (idee, sentimenti, cultura, natura, sport, arte, ecc) addolcirebbe la voracità del maschio verso la conquista del denaro e del potere (che, frequentemente, è inseguita proprio per accedere a piacimento alla prima scelta in fatto di femmine), con conseguente calo di aggressività e tensioni sociali.
Ragazze, in definitiva, cambiando i luoghi del vostro divertimento avete in mano la possibilità di cambiare il mondo.