La Cantunè

La Cantunè

  • Scritto da Marco
  • 21.09.2007  19:51.12

Quest’estate sono andato a vedere questa bella commedia dialettale di cui ho scritto una recensione. Le foto sono tratte da www.ssevero.org, il sito della parrocchia di Ponte Nuovo.

Eccezionale successo della commedia dialettale “La cantunè” rappresentata nel teatrino della parrocchia di San Paolo dalla compagnia della parrocchia di San Severo.
Il pubblico che ha affollato lo spazio all’aperto dedicato a questa esibizione ha goduto di uno spettacolo semplice, ma professionalmente curato anche negli aspetti di luci, suono e scenografia che hanno esaltato le doti degli attori in scena.
La trama è un po’ la “storia di una storia”, quella della Romagna delle generazioni più anziane che lancia il testimone ai giovani e alle battaglie della vita, così diverse da quelle capitate in sorte a loro.
Un’interpretazione allegra e scanzonata, dove si ride spesso, anzi, “ci si spatacca”, travolti da un ritmo di recitazione altissimo e da battute che mischiano sapientemente comicità grassa e ironie affilate.
Grande protagonista della scena la nonna “Vittoria”, (Laura), bravissima nei dialoghi ma anche nei silenzi e nelle parti in secondo piano, la nonna che forse ognuno di noi vorrebbe avere, e che sembra vivere la preoccupazione di una sua assegnazione al ricovero anziani non tanto per il disagio della nuova sistemazione, quanto per il rammarico di “perdersi qualcosa” di non poter dare alla sua invincibile curiosità la possibilità di sapere come vanno a finire le vicende del mondo intorno a lei, soprattutto quelle dei nipoti Stefano e Gaia, quest’ultima tutta un luccicare di riccioli, uno squillare di cellulari e uno svolazzare alle feste.
Nei pochi metri della scena, si confrontano la Romagna dei vecchi – della guerra e della miseria, delle soddisfazioni povere di una scampagnata, delle trasgressioni sofferte (“par zarchert in te bur a so caschè in t’e puzèt de stabi…” come ricorda il vecchio e sempre galante Ottavio) – e quella dei giovani – che la generosità familiare e le conquiste tecnologiche trasformano in uno stimolante e spesso inquietante laboratorio di occasioni e potenzialità.
In mezzo, in tutti i sensi, la generazione dei “padri”, di coloro che hanno guidato le prime automobili e acquistato a rate i primi frigoriferi, che hanno vinto gli stenti, ricostruendo il Paese e lanciandolo dalle macerie piene di sogni e di speranze del Dopoguerra verso la generazione-internet, che, abolito il concetto di passato e futuro, vive un presente infinito.
Non a caso, dalla sua “posizione di mezzo”, babbo-Giorgio (Romano Comandini) è anche l’autore del lungo testo (tre atti, oltre due ore di dialoghi serrati, per i quali attori dilettanti o poco più hanno dato prova di applicazione meticolosa e professionale) che appare teso a trovare gli ingredienti per un dialogo fra generazioni, impresa titanica e grande tabù del nostro tempo.
I protagonisti di “La cantunè” (raro esempio di commedia dialettale dall’ambientazione contemporanea), però, ci provano, con buona volontà, con pazienza, con la testarda convinzione che si debba fare il massimo per raggiungere questo risultato.
Per ottenerlo Comandini non esista a ricorrere alle formule classiche dell’aggregazione: il calcio (i protagonisti sventolano i vessilli contrapposti di Cesena e Ravenna), il gioco delle carte, le tavolate, l’ondata di gioia euforica che accompagna una futura maternità, anche se giunta nel momento meno opportuno, l’orgoglio per il saper vivere del proprio lavoro e soprattutto la delicata complicità verso le schermaglie sentimentali dei più giovani.
Il finale è un tripudio di lieti fini a raffica: Gaia accetta la corte del guizzante Danny, ma anche il lento ed impacciato Berto – figlio di una vecchia Romagna che non esiste ormai più – non rimarrà battuto del tutto, ripiegando su una Rosina che saprà soddisfare le sue esigenze di semplicità.
L’irrisolto fratello di Gaia, reagisce con entusiasmo e orgoglio alle notizie che daranno un’impostazione decisa alla sua giovane vita: la gravidanza della fidanzata, il lavoro (trovato su internet, a sottolineare un’armonia della vecchia Romagna con il nuovo villaggio globale), la casa nuova, il mutuo…
Persino la generazione congedante trova la chance inattesa di un affetto, di una compagnia, di un sostegno per le ultime battaglie.
La vittoria alla lotteria potrebbe sembrare un premio eccessivo per le fortunate vicende finali della famiglia, ma contribuisce a rendere pirotecnico il finale e a ispirare i buoni sentimenti di Ottavio, che destinerà il denaro vinto al benessere e alla serenità di tutti.
Vincono, anzi, stravincono, i buoni sentimenti. Ma non c’è niente di caramelloso. La Romagna che è sfilata sulla scena di “La Cantunè” è quella che tutti vorremmo, quella che ci ha resi famosi nel mondo, quella del lavoro, della pazienza e del buonumore. Quella che i lieti fini, sa conquistarseli.
M.O.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *