La Festa dell’Unità: sempre troppo vecchia (o troppo nuova?)
Il furore espresso da molti ravennati nei commenti sui social sull’imminente Festa dell’Unità è sconcertante.
Al netto dei temi e delle appartenenze politiche (sulle quali non intendo soffermarmi) la Festa dell’Unità è un patrimonio della città che, a mio avviso, non merita questo trattamento.
La Festa dell’Unità è il modo con cui una forza politica decide di investire proprie ingenti risorse (di denaro, di organizzazione, di personale) per offrire “qualcosa” alla città.
“Qualcosa” significa spettacoli. Il cartellone è di un certo livello. Certo, una volta venivano Guccini o Ligabue, ma una volta era una volta. Gli spazi per esibirsi erano di meno e i grandi artisti erano meno schizzinosi e prendevano su volentieri gli ingaggi delle Feste dell’Unità, mentre oggi possono guadagnare di più altrove e fanno bene a farlo. Rimane comunque la possibilità di vedere cose interessanti gratuitamente o a prezzi ultra popolari.
“Qualcosa” significa una cena in compagnia a prezzi decenti. Certo, una volta si spendeva ancora meno per un piatto di cappelletti, un panino col salame, una salsiccia “sgardellata”, un bicchiere dalla damigiana, un po’ di ciambellone. Ma una volta era una volta. Il ravennate è (fortunatamente) cresciuto di esigenze, di gusto e di varietà. Chiede di più e la Festa dell’Unità si è saputa adeguare. Anche i prezzi si sono adeguati, così come il menu, il servizio, l’igiene, l’illuminazione. Rimane la possibilità di cenare in compagnia, con la famiglia, gli amici, i “compagni” del tavolo a fianco, senza dover aprire un mutuo
“Qualcosa” significa una passeggiata in una piazza viva, pulita, sicura, disciplinata. Un luogo dove ci si racconta l’estate, dove i giovanissimi esibiscono gli amori che sono nati, dove è facile incontrare, conoscere, socializzare. Certo, una volta i luoghi di incontro erano pochissimi e andare verso l’unico luogo della città da cui venivano luci e suoni era più normale. Ma una volta era una volta e oggi le possibilità di incontro sono molte altre. La Festa dell’Unità rimane comunque un buon modo di vivere la città e le sue dinamiche.
“Qualcosa” significa la voce di chi non ne ha quasi mai, gli stand delle delegazioni straniere che vivono momenti di angoscia politica, che sono in guerra o oppressi da dittature. Le Feste dell’Unità non le hanno mai dimenticate. Certo, una volta lo spirito di fratellanza internazionalista era più praticato e più “sexy”, mentre ora il contatto diretto con le popolazioni di altre terre, altre lingue, altre religioni è fonte di inquietanti tensioni. Rimane una forma di attenzione per gli ultimi, base delle ideologie marxiste e cattoliche (ma anche del liberalismo illuminato) con le quali siamo in massima parte stati educati.
“Qualcosa” significa ascoltare i politici, vederli da vicino. Certo, una volta c’erano Pajetta o Ingrao a dettare la linea e a eccitare folle che vibravano della loro personalità come il soffio di un’unica emozione. Ma una volta era una volta. Alla osservante disciplina politica (“non capisco ma mi adeguo”) è subentrata l’ultralibertà di avere una “propria” opinione per tutto. Il risultato è una politica frammentata e polverizzata fra mille distinguo, tale da farci riflettere se la libertà, in queste dosi bulimiche, sia qualcosa che faccia bene o male al movimento dei lavoratori e della sinistra. Rimane la possibilità di un momento di preziosa riflessione sui temi più importanti del Paese, ascoltando tutte o quasi le campane. Sì, ascoltando. Alla Festa Nazionale si va soprattutto per ascoltare. Per parlare e dire la propria ci sono le sezioni o altri momenti. Ascoltare fa bene ed è un talento che andrebbe allenato più spesso con beneficio di tutti.
“Qualcosa” significa musica con meno pretese (pianobar o altre forme dedicate a un pubblico raccolto), ballo, libri, fotografia, storia, ambiente, solidarietà, giochi, sport, iniziative sociali… Certo, una volta era una volta, ma ancora adesso la Festa dell’Unità è uno dei pochi ambiti che danno un pubblico e una preziosa (a volte unica) possibilità a certa creatività del nostro territorio.
“Qualcosa” significa aziende, esposizioni, novità, idee per consumi innovativi e intelligenti. Perché gli Anni Settanta ci hanno insegnato che essere “padroni” (imprenditori, datori di lavoro, industriali, sponsor, ecc) non è concetto incompatibile e conflittuale con quello di “lavoratori”. Certo, una volta al Festival erano tutti prevalentemente operai o contadini o sottooccupati. Ma una volta era una volta. Il tessuto sociale della nostra città si è fortunatamente evoluto e consente di ambire ad un patto fra le classi che riduca i conflitti e determini crescita e prosperità.
“Qualcosa” significa accedere su base volontaria e gratuitamente a tutto questo. Certo, all’entrata ci sono i pensionati che sorvegliano per ovvi motivi di sicurezza il flusso di denaro che la gente si sente in dovere di versare per partecipare alla festa. Ma una volta era una volta e adesso… non è cambiato niente: le persone all’entrata sono le più tolleranti e pacifiche del mondo. Non hanno mai infastidito nessuno. Sono il biglietto da visita di una Festa di natura politica aperta al popolo e plurale come nessun’altra.
Odiare la Festa dell’Unità di Ravenna significa odiare se stessi, il proprio popolo, il proprio passato, la propria città, lo sforzo di tenerla unita, di farla crescere in pace, nel rispetto degli altri, con la dovuta attenzione per tutti coloro che hanno qualcosa da dire, da cantare, da esporre, da proporre.
Molti dicono: “Non è più come una volta”. Ma una volta era una volta ed era tutto migliore, non foss’altro per quei venti, trenta, quarant’anni in meno che avevamo. Siamo cambiati, è vero. Se oggi le cose non sono come vorremmo, proviamo a chiederci: “Ma davvero era colpa delle Feste dell’Unità”?
A volte dallo stesso soggetto arrivano contemporaneamente la critica “siete sempre gli stessi” e poco dopo la critica “non siete più quelli di una volta” Non sarà che si vuol nascondere dietro la presunta inadeguatezza del Partito o delle Feste (perché troppo trasformate o ancora troppo datate; perché troppo imborghesite o ancora troppo popolane; perché troppo di destra o ancora troppo di sinistra) la realtà che un tempo è passato e a certe solide basi (democrazia, dialogo, politica, aggregazione popolare) si comincia a non credere più come metodo per risolvere le crisi della modernità (con tutti i potenziali guai che ciò comporta)?
Ci vediamo alla Festa per discuterne e per costruire. A distruggere quello che i lavoratori hanno conquistato nel tempo c’è già chi ci sta pensando. Alziamo il bicchiere e brindiamo a tutti, anche a loro. Alla Festa dell’Unità si fa così.
Complimenti Marco per il modo garbato con cui ci ricordi il senso della festa. Un gran peccato e parlo per me ovviamente che molti ospiti politici passati anche da Ravenna ci abbiano deluso e di brutto. Quelli della mia generazione hanno avuto la fortuna di ascoltare persone di altro spessore e poi piano piano lo spessore si e’ assotigliato fino a sparire …..si doveva essere presenti sui social… twittare…..comunicare…..e a forza di comunicare …il vuoto! Ma come giustamente ci ricordi una volta era una volta e dal magico giugno 76…degli anni ne son passati veramente tanti.
Complimenti Marco, bell’articolo ! Ma.. la delusione verso il partito che doveva rappresentare il popolo è grande.. a livello nazionale non locale!! Questa delusione si riversa nell’evitare questa festa.. perchè il passato leader politico “renzi” che era partito con grandi speranze .. è finito a mostrare l’estratto conto con 15 mila euro per poi comprarsi una villa da 1 milione di euro. Non c’era bisogno di mostrare il suo estratto conto.. Troppe lacune in un partito che doveva difendere gli operai e la classe media ma che alla fine si è fatto i fatto gli affari propri.. e ripeto a livello locale tutto bene… quando varcano roma si scordano le origini dei loro voti e le facce dei tanti volontari.. purtroppo a distruggere quello conquistato dai lavoratori c’è stata anche la mano del pd che non ha fatto nulla.. non è un attacco politico ma una riflessione reale delle condizioni di un partito che avrebbe (se non avessero messo pioggia 😉 potuto far tanto
Giorgio, chiedo scusa, non vorrei farmi travolgere dalle polemiche… Ma che Renzi viva in una villa da 1milione di euro lo trovo normale e anche piuttosto equo. Non può essere questo il problema. Non troverai un governo AL MONDO che non venga accusato di farsi gli affari propri. Gli operai e la classe media a mio avviso vivono un benessere senza precedenti nella storia. Comunque, ripeto, non voglio entrare nel merito dell’azione dei governi a partecipazione PD, che peraltro erano di ampia ed emergenziale coalizione e hanno fatto argine, fino a che hanno potuto, all’avvento dell’attuale Terza Repubblica. Andiamo a costruire un mondo migliore, ciascuno per quello che può, nello spicchio di società che gli è dato di vivere. Solo allora potremmo pretendere rappresentanti migliori. Al momento siamo questa roba qui.