Un golpe da respingere
1 – aneddoto
Circa 15 anni fa mi iscrissi a una palestra (lasciate stare le battute). Il primo giorno una delle allenatrici, più o meno mia coetanea, vide il mio spaesamento e si offrì di guidarmi fra i vari attrezzi, aiutandomi nel programma di quel primo giorno. Mi stette quasi tutto il tempo vicina, dandomi vari consigli e parlando molto con me, anche di cose personali come la vita sentimentale (mi disse che era single, io le dissi che da poco lo ero diventato anch’io). Una conversazione molto cordiale e approfondita, per essere la prima volta che ci vedevamo. Al termine del mio allenamento mi disse che il sabato successivo ci sarebbe stata la cena della palestra e che non avrei dovuto mancare, per prendere confidenza con gli altri frequentatori. Si offrì anche di passarmi a prendere se non volevo venire da solo.
Fui piacevolmente colpito da quei comportamenti così affettuosi. Andando via ci salutammo molto calorosamente e, alla fine, con il dorso del mio indice e medio destri, sfiorai appena la sua guancia sinistra, e feci per andarmene.
Lei si irrigidì, si adombrò e cominciò quasi a balbettare. “Ma… questo gesto… scusa… non l’ho capito… non mi sembra corretto…”
Io mi voltai intorno pensando che stesse parlando con qualcun altro. “Ma stai dicendo con me???”
E lei “Sì… sai… io non ho piacere che si entri nella mia sfera…”
“Io non sono entrato in nessuna sfera! Non ho fatto niente!”
“Sì… capisco… va bene, dai non parliamone più”
“Io non me ne vado da questo posto dove sono appena arrivato con la bollatura di uno che si comporta male con la prima persona che vede! Io non ho fatto niente ed esigo che questo mi sia riconosciuto!”
“Vabbè, sì, dai … incidente chiuso”.
Incidente??? Boh, non ho più visto quella persona e quella palestra.
2 – il pippone
La dittatura del terrore mascherato e distanziato ha ormai preso il potere nel nostro Paese e in quasi tutto il mondo.
Sfumate le motivazioni sanitarie di questi comportamenti (già assurdi quando c’era la malattia, figuriamoci adesso che non c’è) emergono le reali motivazioni che spingono una maggioranza dell’umanità a ritenere “migliore” questa nuova modalità di interazione fra le persone.
L’essere umano degli Anni Duemila ha piacere di manifestare anche esteriormente (con la mascherina) una sua natura ormai antropologicamente modificata rispetto al suo omologo dei secoli scorsi.
Il corpo non è più un organismo animale che interagisce con l’esterno e con i suoi simili, ma è un elemento “cellulare”, avulso dai contatti, che non devono più essere più “casuali”, ma possono esistere solo se preventivamente autorizzati.
Sono processi in atto da tempo e accolti con favore dalla maggioranza dei cittadini del mondo occidentale e tecnologico. Riduzione progressiva delle capienze di stadi e spazi pubblici, più margini di sicurezza, righe gialle per distanziare le file agli sportelli e nei negozi, lattice per separare i contatti sessuali, monouso di plastica per isolare ogni porzione alimentare (biscotti, carne, caramelle, frutta); distanziamento progressivo dei bambini (che non fanno più la lotta, non possono più cadere, sbucciarsi le ginocchia, arrampicarsi sugli alberi, ammalarsi perché infilati in una campana protettiva e sterilizzante).
Adesso si vuole un altro passo. E qui sento di oppormi, perché la deriva non mi piace affatto.
Dopo avermi flagellato il 90% della vita sociale negli ultimi 3 mesi questo golpe strisciante progetta di stabilizzare intorno al 60% la privazione per tutto il resto della mia vita.
Il simbolo del regime terroristico è la mascherina. Cosa comunica una persona indossando una mascherina, soprattutto all’aperto (dove l’inutilità era conclamata da qualsiasi medico anche durante la fase più dura della malattia stagionale)?
Per alcuni è come mettersi il fiocco rosso in memoria delle vittime dell’Aids. Con la mascherina ti dico che so di molte vittime e manifesto un senso di solidarietà per i miei connazionali scomparsi e per le loro famiglie che hanno sofferto. Un’offerta religiosa e sacrificale, come i fioretti prima di Pasqua, l’inginocchiamento durante le funzioni, l’eliminazione della carne al venerdì o forme più plateali come l’autofustigazione, il cammino di Santiago, i digiuni di purificazione, ecc.
Altri vogliono urlare la loro ipocondria. Vivono un’esistenza costantemente condizionata dalla paura, figuriamoci se non ne ostentano uno dei simboli riconosciuti.
Queste due categorie diciamo che non mi spaventano; sono destinate a rapida estinzione quando altre preoccupazioni prenderanno il sopravvento (e cioè, temo, molto presto).
Quella che invece mi preoccupa è la categoria che è montata in sella all’emergenza sanitaria per imporre un cambio definitivo di passo nei rapporti fra le persone.
Queste persone pretendono che ogni corpo diventi un organismo impenetrabile da agenti esterni senza un esplicito consenso. Non puoi avvicinarti, non puoi toccarmi, non puoi stringermi la mano, non potete stare in tanti vicino a me. Autorizzo solo i miei “affetti stabili” (sfortunatissimo neologismo figlio di questa crisi) ad entrarvi liberamente. Tutti gli altri devono “bussare” e chiedere il permesso.
E’ una rivoluzione sociale (anzi, asociale) dalle orribili conseguenze e incompatibile con molti dei capisaldi della mia vita e, mi auguro, anche di quella di molti di voi.
Che fine hanno fatto gli ultras del solidarismo internazionalista? Quelli “Open Arms” che idealizzavano una società aperta e inclusiva verso i cittadini stranieri che portavano da noi la loro disperazione per guerra o fame, ma anche i loro originali patrimoni batterici e virali, che mai erano stati ritenuti pericolosi?
Come posso far valere gli insegnamenti del mio maestro di educazione sentimentale se ognuna delle sue canzoni contiene la descrizione di un comportamento attualmente vietato e indirizzato all’essere vietato a tempo indeterminato, anche a prescindere dall’evoluzione della malattia? (forse nell’album “Solo” del 1977 si possono individuare alcuni brani Covid-free, come la stessa title-track, Gagarin, Il Pivot e qualche altra).
Qui bisogna organizzare la resistenza.