Covid 2020 (Si raccomanda la lettura ad un pubblico adulto)
La vicenda Covid-19 ha portato grandi sofferenze nel mondo sia per gli effetti diretti (malattie, decessi, solitudini, crisi economica e di equilibrio psichico), sia per quelli indiretti, a causa dei i toni divisivi e ostili utilizzati nella percezione del fenomeno che hanno esasperato molte relazioni sociali.
La mia posizione è stata nettissima dal primo minuto. Anzi, diciamo dal “secondo minuto”, perché all’inizio, per qualche giorno, ho condiviso la preoccupazione per le notizie che venivano dalla Cina, avvolte dal mistero tipico di quella società non democratica e perciò meno affidabile di altre in tema di trasparenza e libertà di comunicazione.
Quando il fenomeno è “sbarcato” in Italia ne ho percepito le dimensioni e ho maturato le mie convinzioni che ho trovato sorprendentemente in contrasto con quelle della maggioranza dei miei concittadini e connazionali, specie quelli più dotati dal punto di vista intellettuale, morale, etico, culturale e civico che, per la prima volta, non ho trovato al mio fianco nell’analisi di un fenomeno sociale.
La cosa ha causato una situazione di tensione e di dolorosissima e straziante lontananza (a volte soltanto “ideale”, a volte addirittura “fisica”) con alcuni di essi.
Riassumerei la mia posizione “alternativa” in quattro punti principali:
- Approccio “filosofico” alla difficoltà sanitaria
- “Dimensione” della malattia
- Efficacia e congruità dei provvedimenti di contenimento
- Narrazione prevalente del fenomeno
- La “filosofia” della malattia.
Anche all’inizio – quando le notizie che venivano dalla Cina sembravano prefigurare una possibile strage di esseri umani – è prevalso in me un sentimento ovviamente spaventato, ma anche improntato ad un “fatalismo cosmico”. Ero arrivato a pensare che il Pianeta, oppresso da un genere umano invadente e vorace, avesse trovato un modo per difendersi da esso. Tragico nella singola vicenda di malattia (che avrebbe potuto colpire me o i miei cari), ma purificatore nella visione globale di specie, soprattutto quando ho appreso che andava a impattare prevalentemente su una popolazione che “di ruggine, di botte o di età” (cit.) aveva già fisiologicamente insito il concetto di imminente e fatale conclusione del proprio percorso terreno, ovvero soggetti con un’età superiore all’aspettativa media di vita. Pensai, e forse scrissi, che era un metodo “democratico”, sia pur crudele, di avviare un necessario e inevitabile contenimento della molesta presenza umana, partendo da chi aveva già vissuto molto e, per una volta, dai Paesi “ricchi” (Cina, Italia e Usa furono i primi ad essere colpiti) anziché con la solita “preferenza” per il Terzo e Quarto Mondo, già flagellati da altre sciagure.
La mia opinione è stata rapidamente bollata come “nazista”. Il mondo si è schierato alla strenua difesa di ogni singola vita umana; una posizione sicuramente rispettabile, per quando non applicata quando si tratta di un virus che fa miliardi di vittime detto “fame” per il quale è da tempo noto un vaccino denominato “cibo”.
- Dimensione della malattia.
La malattia ha impattato in modo troppo modesto per “meritare” questa occupazione quasi totale dei nostri pensieri e dell’attenzione mondiale. In Italia, nel 2019, si sono avuti 647mila decessi. Nel 2020 il valore sarà intorno ai 700mila, con uno scarto del 8% in più. E’ una differenza rilevante, ma fra il 2014 e il 2015 lo stesso aumento non determinò altro che trafiletti nelle pagine interne dei giornali e gli aumenti degli anni scorsi sono stati di poco inferiori. Il dato, inoltre, è fortissimamente sbilanciato da quello che è accaduto in una decina di province italiane del Nord (Bergamo, Brescia, Milano, Cremona, Lodi, Piacenza, Rimini e probabilmente ne dimentico qualcuna) e in un periodo molto concentrato fra marzo e aprile. Se togliamo quel territorio e quel periodo (dove possiamo ragionevolmente presumere che sia accaduto qualcosa di non interamente riconducibile al virus, che spero magistratura e scienza potranno presto accertare) lo scostamento della mortalità è nullo o insignificante; in alcune regioni è addirittura regredito. Si consideri, comunque, che il numero dei decessi tende da molti decenni all’aumento, per il progressivo invecchiamento dell’età media del Paese.
Nella maggioranza dei Paesi del mondo (con alcune limitate eccezioni) l’epidemia ha determinato aumenti minimi o nulli della mortalità.
- Congruità dei provvedimenti di contenimento
E’ stato il punto più controverso. Gli italiani (e la maggioranza dei cittadini del mondo) hanno ritenuto di mettere “tutto” sul piatto come offerta in sacrificio al culto della nuova malattia, in una concezione “zootecnica” della vita umana che va preservata ad ogni costo, anziché essere vissuta con l’intensità che solitamente si riconosce e si ammira in chi ha giocato coraggiosamente e a tratti eroicamente con la morte propria e dei propri cari: i partigiani, i magistrati antimafia, i volontari nei lebbrosari, gli atleti più audaci, gli astronauti, gli scienziati eretici, i missionari religiosi, le forze dell’ordine, i militari impegnati in operazioni di pace… “Riempire di vita gli anni e non di anni la vita” è un motto che mi è sempre piaciuto molto, così come “fare in modo che la morte ci trovi vivi”.
Sacrificare “Tutto” significa “proprio tutto”; economia e lavoro, scuola, socialità, abbracci, sessualità, sport, cultura, cinema, teatro, concerti, viaggi, religione, fiere, congressi, sagre, feste, matrimoni, balli, giochi…, persino la democrazia, letteralmente sospesa da uno stato di dittatura sanitaria con decisioni gravissime concentrate nelle mani decretanti di pochi soggetti (che gareggiavano a ostentare decisionismo: “chiudo tutto”, “non va bene”, “puniremo”, “sorveglieremo” “chiediamo le delazioni dei cittadini”), con una sospensione dei sistemi di contrappeso tipici dei sistemi democratici.
Sembrava l’operazione “oro alla patria”: ciascuno doveva offrire alla lotta al Male tutto ciò che lo faceva star bene. Era consentito solo lavorare (i pochi che potevano) e acquistare beni di sopravvivenza. Per il resto #iostoacasa, dicevano gli ultras del Pensiero Unico con un patetico orgoglio (e con l’esaltazione di un modello di vita asociale, impigrito, disimpegnato, svilito, bulimico, cybermaniaco e segaiolo di cui tutti si sono lamentati, ma che molti, da subito, hanno pericolosamente apprezzato), rapidamente evolutosi in ostilità per chi non si adeguava e poi in palese e rabbiosa richiesta di repressione di comportamenti non omologati (con fiorellini del tipo “bisognerebbe fare come in Cina che sparano a chi esce”) e drammatici vaticini: “vedrete fra 15 giorni!” (e dopo 15 giorni non succedeva MAI niente di significativo).
L’ambizione alla vita veniva continuamente irrisa: “i fanatici dello spritz”, “quelli che non possono rinunciare alla passeggiata”, “i mufloni che vanno a correre”, “quelli che non hanno capito” “quelli che usano il cane per andare in giro”, “quelli che pensano ad andare a sciare o al Natale”…
Si è velocemente affermata la necessità di un riconoscimento visibile dell’appartenenza, che, dopo circa un mese di crisi, è stato individuato nella mascherina (il tentativo con i guanti è rapidamente rientrato) e nei liquidini magici per le mani sparsi ovunque. La mascherina è diventata la riconoscibilità del culto. E’ stata indossata (e successivamente imposta a viva forza di legge) anche oltre la misura indicata dalle autorità sanitarie (queste ultime parzialmente adeguatesi, poi, ad imporla, per rimanere credibili a fronte del furore popolare che le pretendeva). Anche all’aperto, anche da soli, anche in bicicletta, anche in auto, anche dai giornalisti tv, anche dai politici soli davanti al microfono della loro dichiarazione web. “Per dare un segnale” si diceva. Un segnale di ignoranza e superstizione, però. Come se una più intensa flagellazione del proprio respiro e della propria estetica (continuo a percepire come oscenamente inguardabili i volti coperti delle persone) fosse un ulteriore sacrificio da mettere ai piedi del totem malvagio per un contrappasso di bene futuro; come la rinuncia alla carne il venerdì, come una fustigazione di penitenza, come una preghiera di redenzione.
Non ho mai condiviso i provvedimenti presi.
Non li avrei condivisi comunque, anche se fossero stati in qualche modo utili al contenimento della malattia, perché ho sempre pensato e penso tuttora che facciano danni (sanitari, morali, etici, culturali, estetici) superiori ai benefici che si proponevano di determinare. E che la vita non possa essere votata al fuggire a tempo indeterminato da una malattia.
E li ho rabbiosamente avversati quando l’evidenza della loro inutilità è apparsa limpida a tutti coloro che volessero seriamente e onestamente valutarne la funzione.
Assurdi i lockdown con chiusura di parchi, spiagge, boschi, e aree di passeggio (oasi rigeneratrici e fiere nemiche di ogni problema respiratorio).
Volgarmente inutile la mascherina, adatta solo a peggiorare la qualità della respirazione e a diffondere un pensiero superstizioso, debole e impaurito, primo alleato delle malattie virali.
Le evidenze sono numerosissime e ampiamente supportate da medici e scienziati al massimo livello. Si va dalla spettacolare uguaglianza dell’impatto della malattia fra il North Dakota (ipermascherato e distanziato) e il South Dakota (territorio e popolazione simile, senza obblighi di museruola); o nel confronto fra la Svizzera (smascherata) e le confinanti e mascheratissime Brianza (il peggior disastro virale mondiale) e Austria. O fra il Brasile tenacemente smascherato e l’Argentina flagellatrice della propria libertà, della propria economia e piena di inutile paura, visto che i dati sono gli stessi del Paese confinante.
Non parliamo dei Paesi scandinavi (smascherati) e della Svezia (che non ha nemmeno fatto lockdown) che hanno dati medici quantomeno nella norma e comunque molto migliori di quelli dell’Italia (facile, perché siamo i peggiori) e degli altri Paesi europei.
E non parliamo del fatto che gli ultras del mascheramento non risultano più preservati dal contagio degli “scellerati”.
Fui da subito allineato con la coraggiosa posizione di partenza di Boris Johnson detta “dell’immunità di gregge” (che condivisi entusiasticamente e che trovo tuttora la più congrua ed equilibrata), che però dopo la sua malattia, ripiegò subito, per necessità di sua sopravvivenza politica, sul diktat del Pensiero Unico (ripiego che peraltro, ovviamente, non ha determinò alcun beneficio alla situazione sanitaria del suo Regno). Coniglio! Voleva fare l’eroe con il virus degli altri! La sua malattia poteva essere un eroico rafforzativo del suo messaggio, e invece…
La mia posizione ha eccitato il livore del Pensiero Unico, esattamente come si fa con qualcuno che si mettesse a bestemmiare sulla scalinata di questa nuova Chiesa. La parola, sdoganata per l’occasione, ha profumazioni antiche, di storie di dame e cavalieri: “scellerato!” Mi sono permesso di suggerire anche “fellone” e “marrano”.
Pur cercando di rispettare tutte le “precauzioni” (anche le più stupide, fra le stupide) ho avuto problemi: l’Istituto per il quale lavoro mi ha comminato una sospensione dal servizio (provvedimento con scarsi precedenti nella sua storia) per aver ottemperato alle indicazioni della Direzione Generale (dispositivo da indossare solo ove ci si trovi nella prossimità di altre persone) e non a quelle autonomamente promulgate ad minchiam della Direzione Provinciale (dispositivo da usare all’entrata e all’uscita anche se non c’è nessuno). Un provvedimento ultra-facilmente impugnabile con evidentissime possibilità di annullamento, che però mi tengo e mi incornicio, a futura memoria di quelle idee che ritenevo giusto difendere, anche pagando di persona, se necessario.
Simili problemi li ho avuti in un supermercato (dal quale mi hanno cacciato per “mascherina irregolare”) e al palasport, dove un funzionario della Gestapo Lega Volley ha preteso di farmi fare le telecronache con la mascherina, pur se isolato da ogni altro essere vivente (“altrimenti chiamo l’arbitro e faccio sospendere la partita” ha avuto l’indecente coraggio di dire).
Mi auguro che la Storia mi giudichi al più presto vittima innocente della violenza morale e materiale che ho subito.
La mascherina rimane la bandiera di un culto superstizioso e antiscientifico. Significa “io credo”, “io vorrei contribuire a risolvere”, “io so”, “io mi informo”, “io partecipo al dolore del mondo”. E’ la tessera di iscrizione al mito che non si vuol mancare di sottoscrivere. Ed è inutile che vi ricordi la tristezza delle società che hanno imposto tessere obbligatorie.
- La narrazione sovreccitata e fanatica del fenomeno.
La fascinazione della “nuova malattia” è stata immediatamente evidente. Le prime notizie delineavano gli stilemi tipici di quei kolossal catastrofisti che spopolano (per me, inspiegabilmente) al cinema: il terrore, il mistero, la lotta, i martiri, gli eroi, la sofferenza, le regole, le privazioni, la solidarietà nazionale, i nemici stranieri, i poteri magici, la promessa di redenzione e di vittoria (“andrà tutto bene”).
Assurdi i dati forniti: inutili, fuorvianti, sempre privi di paragone con i valori degli anni precedenti (i confronti avrebbero determinato lo sbriciolamento della narrazione). Toni e linguaggi sempre votati ad una gara a chi si dimostrava più assurdamente virtuoso nell’ossequiare ed esasperare il mito, a prescindere che i comportamenti esposti fossero pateticamente sciocchi. E va segnalata una quantità scostumata di fantasiose fake news (bambini intubati, numeri farlocchi, ecc) stupidamente inutili, visto che i drammi “veri” sarebbero abbondantemente bastati ad eccitare gli animi.
Le iniziali rassicurazioni televisive sono state spazzate via da un audience fuori controllo che “chiedeva” allarme. I mass media (con inquietante unanimità) si sono allineati con gioia, trovando un sorprendente mercato che faceva ascolti-record e rinnovava una patente ormai ingiallita di “servizio pubblico”; le amministrazioni comunali e regionali, i sindacati e i partiti politici (segnalo anche il segretario del partito a cui solitamente do il voto, un uomo dalla mediocrità sconcertante; mai, su quella poltrona, si era seduto un personaggio così insulso e rasoterra) si sono trovati costretti a cavalcare la paura, gareggiando a chi si mascherava di più e a chi più salutava col gomitino (la rimozione del saluto con stretta di mano è il più assurdo e orrendo degli orrori); gli artisti (tranne pochissime, lodevoli eccezioni); gli intellettuali, i grandi opinion leader, tutti concordi (per convinzione o per opportunità) nel contribuire alla costruzione di un pensiero monolitico, distanziato, spaventato, superstizioso, antiscientifico, mascherato e fascista.
Più frequenti le eccezioni fra medici e scienziati, tutte sempre più lineari e coerenti nelle spiegazioni, al contrario dei loro colleghi di regime che abbondavano in “se non si fa così succederà cosà”, privo di ogni scientificità e dimostrabilità
All’estero in pochi si sono disallineati: la già citata Svezia (“ma hanno una minore densità” hanno piagnucolato i profeti del nulla), il Brasile, la Svizzera, alcuni Stati degli Usa e altri Paesi non democratici come Russia e Bielorussia e alcuni africani (ammetto di non essere informatissimo sui dettagli, so che comunque in questi Paesi non è successo nulla di diverso da quanto accaduto negli altri, altrimenti non si parlerebbe d’altro).
Sono entrate nel linguaggio comune espressioni pigre e vuote come “con ogni precauzione”, “nel rispetto delle regole”, “in totale sicurezza”, “mettendo al primo posto la salute”, che sono diventate tutte orientate al Covid, come se non ci si dovesse più preoccupare, che so, della sicurezza sismica, di quella antiterroristica, di quella igienica, di quella antiinfortunistica, ecc.
Si è giunti quasi (quasi!!!!) unanimemente a credere che il lockdown e il rincoglionimento mascherato e distanziato fossero le uniche armi da opporre alla malattia, anziché un potenziamento del corpo e dello spirito con una vita sana e con cure appropriate.
Si è giunti a offrirsi in sacrificio al moloch della malattia virale senza pensare alle migliaia/milioni di vite che si sarebbero potute salvare ogni anno con un lockdown delle automobili, delle sigarette, dei rapporti sessuali, dei cibi grassi, degli sport rischiosi e… (ma sì, aggiungiamolo) delle armi.
“Eh, ma come si fa a chiedere agli Uomini di rinunciare a quelle cose…”
Eh, rispondo io, ma come si è potuto chiedere agli uomini e persino ai bambini di non toccarsi più, di non stare vicini, di non lavorare, giocare, mangiare, studiare insieme?
Sembrava impossibile. Doveva rimanere impossibile. Costasse quel che costasse. Io penso che sarebbe costato poco e che le conseguenze che oggi piangiamo sarebbero state le stesse.
questo periodo almeno è stato utile per capire di aver sopravvalutato troppe persone in passato. Non credevo che così tanti avrebbero abbracciato questa isteria di massa