Cat-calling: dai, Aurora, va’ là…

Nelle ultime settimane si è parlato diffusamente di “cat-calling” o “street-harassement”, ovvero il comportamento degli uomini che proferiscono apprezzamenti di carattere sessuale  verso donne o ragazze incrociate casualmente per strada.

Per l’educazione che ho ricevuto, quand’ero giovanissimo, consideravo il cat-calling (fischiare, commentare ad alta voce, ecc) una cosa maleducata, da evitare, che ledeva la dignità delle donne. Ero al pari convinto che le donne (a parte le “poco di buono”) non apprezzassero mai il fatto di essere oggetto di questo tipo di attenzioni.

Mi sono presto accorto che non era così. Ovvero che la maggioranza delle ragazze/donne faceva ogni cosa in proprio potere per arrivare ad essere oggetto, almeno potenziale, di quel tipo di attenzione, traendone motivi di divertimento, di orgoglio, di autostima, direi quasi di “benessere” (ovviamente finché la cosa rimaneva in ambiti verbali).

A quel punto non ho fatto più in tempo a modificare la mia impostazione di comportamento e non sono mai diventato un “cat-caller” (*); però non l’ho più considerata una cosa sconveniente o fastidiosa, ma semplicemente una normale situazione sociale, spesso divertente, che può essere gestita da chiunque senza doversene lamentare e senza che possa comportare traumi morali significativi per nessuno e nessuna.

Mi sono chiesto come reagirei se fossi IO oggetto di cat-calling da parte di uomini o di donne. Ma, oltre alla curiosità e alla speranza che, in un’altra vita, questo possa accadere, non sono riuscito ad elaborare alcun concetto di “fastidio” o di lesa dignità. Anzi, ho benevolmente invidiato alcuni amici (soprattutto atleti) che avevano doti fisiche per attirare commenti pesanti di cui non si lamentavano di certo.

Ho maturato, invece, una piena solidarietà per quelle ragazze e quelle donne che non sono MAI oggetto di cat-calling, cosa che determina in loro una sofferenza, a mio avviso, sicuramente superiore a quella presuntamente patita dalle “gattine” oggetto di attenzioni.

Quindi, se una è infastidita dal sentirsi dire ovunque che è bella e desiderata, prima di lamentarsi, dovrebbe sperimentare quello che si prova quando non te lo dice mai nessuno o, peggio, quando arriva qualche commento di segno opposto.

La “battaglia” condotta da Aurora Ramazzotti (peraltro figlia di una artista che stimo moltissimo, ma che cominciò la carriera facendo vedere il culo in una pubblicità e che quindi deve all’attenzione degli uomini quantomeno la fortuna degli esordi) è del tutto fuori luogo e si inserisce in un processo in essere da molti anni che tende a rendere complicato oltremisura l’avvicinarsi sensuale fra donne e uomini, essendosi trasformati molti comportamenti da “normali” a sconvenienti e addirittura a possibili cause di reato, depotenziando l’espressione sessuale degli uomini, specialmente quelli meno dotati di strumenti per attirare in modo spontaneo l’attenzione delle donne (l’aspetto fisico, i soldi, la posizione sociale, la cultura o altro).

 

(*) a dire il vero anch’io sono stato una volta cat-caller. Accadde a Verona, dove prestavo servizio militare. Mi trovavo nella Piazza Bra completamente deserta, alle due di un torrido pomeriggio di agosto. Non c’era nessuno e incrociai una ragazza bellissima. Non potevo credere che l’unica presenza umana in tutta quella gigantesca piazza fosse quel popo’ di roba. Volevo fermarla in qualche modo e le dissi: “Scusa, potresti darmi un’indicazione?”. Lei cortesemente si fermo e disse: “sì, quale indicazione ti serve?” e io, con una certa prontezza “Mah, non so, dammene una qualsiasi”. Lei si mise a ridere e disse qualcosa come “Ah, ho capito, allora vai per di là!” con un gesto (dolce, però) della mano come dire “vacci solo a quel paese”… La seguii con lo sguardo mentre si allontanava e raggiungeva un gruppo di amici ai quali, lo intuii dai gesti, raccontò subito quello che le era appena successo.

Vabbè, dai, per una cat-callata di quel tipo forse nemmeno Aurora Ramazzotti se la sarebbe presa…

 

 

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