Bio-elezioni 2021: vincono incappucciati e mascherati
Molta gente non è andata a votare per le elezioni amministrative. Immagino che il motivo sia legato al disinteresse per chi avrebbe “vinto”.
Un tempo l’appartenenza politica era una cosa seria. Il voto non era “a disposizione” di una competizione di mercanti elettorali. Si votava per convinzione o per tradizione di famiglia e, in virtù di questo sentimento, si digerivano anche le numerose cazzate dette o scritte dai candidati che “ti toccavano in sorte” perché scelti dal tuo partito. L’ideologia era più forte delle persone e delle situazioni.
Ora obblighi di ideologia non ce ne sono più. All’avvicinarsi della scadenza elettorale il cittadino comincia ad informarsi, confronta discorsi e posizioni sulle questioni del momento (valgono solo quelle degli ultimi mesi, perché la memoria politica dei cittadini è quella dei pesci rossi) e “mette in palio” il suo voto. Non sente nessun vincolo legato ai suoi precedenti voti. E’ “vergine” per poter scegliere qualsiasi cosa, anche se, pubblicamente, insulta i politici che cambiano schieramento. Lui, però, sente il diritto di poterlo fare. Loro, invece, non possono farlo, perché non sarebbero “coerenti”. Quando lo fanno li si insulta a prescindere. Peraltro quando la legge elettorale blocca le liste per evitare il fenomeno e aumentare il controllo del partito sui candidati e diminuire la possibilità di “fuga”, si inneggia alla limitazione della libertà. Mah…
Quindi si vota per sentimento del momento, “di pancia”, in forma de-responsabilizzata, perché ci si sente pienamente autorizzati ad insultare, anche pubblicamente, quelli che si sono votati e a ripromettersi di sceglierne “altri” la volta successiva.
A Ravenna c’era da scegliere il sindaco. Da una parte Michele De Pascale, giovane, bravo, intelligente, onesto, pluralista, di sani principi, mediamente simpatico, organizzato, capo di una struttura stabilizzata negli anni che, in un modo o nell’altro (spesso purtroppo nell’ “altro”, come è fisiologico che accada), ha imparato ad entrare in contatto con ogni settore della vita pubblica, con imprese, associazioni, cultura, volontariato, turismo, sindacati, sport, ecc. Una specie di “cavallo di razza padrona” condannata da sempre a comandare e più avvezza di altre a farlo con coscienza, soprattutto nei territori.
Dall’altra parte un arcipelago confuso, con parvenu della politica, ovviamente privi di esperienza (per non aver mai avuto responsabilità di governo precedenti), convinti che bastino personalità, intraprendenza, onestà, prestigio acquisito nella propria precedente professione per essere un buon sindaco o un buon amministratore. Sono qualità che indubbiamente servono, ma governare una città è un la-vo-ro. Bisogna saperlo fare. Bisogna volerlo fare. Non può essere l’hobby (peraltro sottopagato: un sindaco prende poco più di 4mila euro al mese; un assessore poco più di 2) di chi ha avuto buoni successi in altri campi. Difatti, a parte l’archeologico Ancisi, tutti i protagonisti dei generosi tentativi di sottrarre la città al partitone si sono allontanati dalla politica, di solito stomacati. Li capisco benissimo, ma fare politica richiede anche stomaci più resistenti e tuttora mi sorprende la solidità degli stomaci, dei fegati e dei nervi degli amministratori che conosco.
Quindi, di solito, la mia scelta sul candidato sindaco è serenamente orientata sia da una convinzione “ideologica” (non posso sgarrare dalla mia indole democratica), sia dalla obiettiva osservazione delle proposte in campo (ebbi un’incertezza solo nel 2016 perché si candidò l’ottima amica Michela Guerra che però metteva anch’essa in campo quasi solo la sua ammirevole buona volontà personale, in mancanza completa di “struttura”). Anche lei finì anzitempo l’esperienza in Consiglio Comunale con casse di Maalox per pettinarsi lo stomaco.
Stavolta ho avuto un problema. Perché negli ultimi mesi il mondo democratico si è travestito con un mantello di assolutismo fascista che non potevo aspettarmi. Chiusure, divieti, limitazioni di libertà, minacce, censure, apartheid, sprofondamento nel buio tunnel di un delirio psicotico e di una vertigine dispotica e totalitarista. Anche la Germania Est si definiva umoristicamente “Germania Democratica”. Siamo a quei livelli. Questa non è la democrazia che conosco io. L’anidride costantemente respirata dentro gli stracci che vi tenete davanti alla bocca vi ha deturpato i pensieri e i sentimenti. Io per gli incappucciati e i mascherati non voto. Ho cercato di dare un segnale votando per una delle folkloristiche alternative che si erano proposte. E’ andata maluccio, persino peggio di come pensavo, nel tempo dell’imprigionamento biopolitico che stiamo vivendo. (Beninteso: li ho votati solo perché sapevo che non avrebbero vinto, perché se c’era questo rischio stavo a casa direttamente, perché avremmo forse risolto il problema degli infami stracci boccali ma ne avremmo messi insieme talmente tanti altri che le mascherine diventavano il meno).
Moltissima gente non ha votato. Voglio sperare che fra essi ci siano numerosi compagni di fede e di disincanto per la drammatica situazione attuale.
E’ più facile pensare, invece, che molti non siano andati a votare convinti che una minimissima parte dei propri destini passi dal nome del “vincitore” delle elezioni. Che le cose della vita seguano un flusso determinato da “altri”: dalle imprese, dalla TV, dalla scuola, dall’ambiente, dai fenomeni demografici… e che quelli che “decidono” non siedano nei palazzi della politica, tantomeno nei municipi.
E, a questo punto, diventa “comodo” non andare a votare, potendo ampliare al 100% la platea dei politici da vaffanculeggiare, senza dover eventualmente ammettere di essersi fatti sedurre da uno di loro e addirittura di aver contribuito a farlo vincere con il proprio voto. Quante volte abbiamo sentito il rimpianto e il doloroso atto di contrizione di un elettore per aver votato un “coglione”… A forza di “coglioni” votati e di delusioni ricevute di “non coglioni” non se ne sono individuati più. E si è rimasti a casa a guardare le partite di calcio.
Presto questo “vento” potrebbe estendersi alle elezioni politiche che mantengono un po’ più alta la percentuale di affluenza in forza di una martellante presenza televisiva e della maggiore qualità attoriale e intrattenitrice dei propri protagonisti. Ma, come ripeto, i vincoli ideologici non ci sono più e sempre più cittadini acquisiscono la convinzione che a gestire le vicende del Paese non siano i politici (e per fortuna! Con gente come Conte, Di Maio e Speranza come ministri saremmo ancora più spacciati) ma un’etero-direzione internazionale che fa del nostro sventurato Paese terra di conquista e controllo. O, in subordine, che un popolo determini i propri destini lavorando, producendo, studiando, un po’ a prescindere dal tipo di chiappa che si appoggia sulle poltrone del cosiddetto “potere”. A quel punto diventano veramente ancor più “tutti uguali” di come già da tempo li si percepiva.
Passerà pure questa incredibile stagione. Fatemi tornare presto a votare per i democratici, per quelli che credono nel lavoro, nell’inclusione, nella tolleranza, nella scienza, nella verità, nel progresso e nella civile e smascherata convivenza.