La dittatura dei “ci sono” e dei “ci fanno”
Le evidenze del periodo misurabili oggettivamente sono le seguenti:
- In Italia non vi è nessuna emergenza sanitaria. I dati di affollamento ospedaliero e di mortalità, riferiti dai mezzi di informazione, non sono mai confrontati con quelli del passato, perché evidenzierebbero la condizione di “normalità” sanitaria in cui stiamo vivendo da molti mesi (forse da sempre, se si eccettua un bimestre 2020 in cui nel Nord Italia sono accaduti eventi strani, tuttora da verificare, forse non del tutto dovuti al problema virale) che non giustifica alcun intervento straordinario. Viceversa, sarebbero ben accetti interventi “ordinari” (potenziamento spese per strutture sanitarie, formazione e assunzione di medici e paramedici, ricerca, ecc) che non sono stati disposti (anzi, al contrario, si sono fatti altri tagli). Peraltro parte di un eventuale peggioramento complessivo della situazione sanitaria nazionale sarebbe da imputare alla sospensione o al rinvio di molteplici attività di prevenzione e cura cardiovascolare, oncologica, ortopedica, ecc.
- I territori del mondo che non obbligano all’utilizzo dell’infame straccio sul viso non evidenziano dati sanitari peggiori rispetto a quelli che lo impongono. La negazione totale di ogni occasione di sperimentazione, misurazione e verifica dell’efficacia di questo oggetto e l’evidenza, riscontrabile da chiunque, che esso non protegga dal contagio, lo riducono al rango di superstizione disumanizzante. Le stesse evidenze statistiche internazionali di inutilità si possono riscontrare anche per tutte le altre restrizioni applicate in Italia (coprifuoco, lockdown, ecc). Un ministro della Sanità “normale” (di quelli che hanno a cuore la salute del popolo) sarebbe in continuo contatto con questi territori per ottenere consigli e soluzioni tese a migliorare la vita dei cittadini. Ma il nostro non lo ha vilmente mai fatto nonostante i risultati sanitari del suo Paese siano stati a lungo i peggiori del mondo.
- La vaccinazione ha dimostrato una scarsissima capacità di ridurre il contagio e quindi la trasmissione del virus. Il 56% dei nuovi positivi è vaccinato. E’ vero che la popolazione vaccinata è più ampia (intorno al 75%) ma è vero anche che quella non vaccinata fa molti più test, essendo gli stessi obbligatori per il lavoro e la vita sociale
- Il vaccino, contrariamente a quanto affermato in fase di “lancio”, non immunizza, ovvero non vaccina, costringendo la popolazione vaccinata alle stesse limitazioni di quella non vaccinata (straccio sulla faccia, riduzione di capienze, limiti di assembramenti anche all’aperto) e lasciandola nella più ampia e compulsiva paura di contrarre ugualmente la malattia.
- La vaccinazione ha evidenziato una certa capacità di ridurre la gravità del decorso della malattia nei 90 giorni successivi all’inoculazione, ma non di eliminarla, visto che i decessi per covid di questi mesi sono quasi tutti relativi a soggetti vaccinati. Non ci sono evidenze di riduzioni nel periodo successivo ai 3 mesi, tanto da indurre a pensare all’istituzionalizzazione di richiami periodici a tempo indeterminato (terze, quarte, millesime dosi). La vaccinazione può e deve rimanere quindi una libera scelta individuale che ha effetti solo sull’individuo che vi si sottopone.
- La stabilizzazione di un meccanismo di richiamo vaccinale ogni 3/6 mesi a tempo indeterminato renderebbe alcune aziende multinazionali (di cui è il caso di tenere a mente le finalità di lucro e la lista dei precedenti penali) autorizzate ad intromettersi nel nostro corpo con un liquido che oggi (forse, speriamo) contiene la cura per il covid, ma che in futuro – per sperimentazione, errore o atto deliberato – potrebbe contenere altro, senza che i governi nazionali, totalmente succubi, possano avere i necessari strumenti di verifica e sanzione.
- La vaccinazione ha determinato migliaia di effetti collaterali a volte gravi, a volte gravissimi, a volte fatali. Fossero anche stati (per assurdo) pochissimi casi la Costituzione Italiana, per iniziativa di Aldo Moro, prevede esplicitamente il divieto di imporre trattamenti sanitari obbligatori potenzialmente pericolosi, lasciando all’individuo la libertà di cura. Al limite anche la libertà di sbagliare cura, come molti fanno abitualmente assumendo farmaci in modo eccessivo o inopportuno o non assumendo quelli prescritti. La libertà di cura è del tutto assimilabile alla libertà di alimentarsi in modo inappropriato, di fumare, di bere alcolici, di avere rapporti sessuali non protetti, di praticare sport pericolosi, di sottoporre il proprio fisico a stress lavorativi o mentali inopportuni, di viaggiare in luoghi a rischio, di compiere atti contrari alle prescrizioni mediche, di avere gravidanze in condizioni non ottimali di salute o di ambiente. Il servizio sanitario nazionale è chiamato, da sempre, a curare tutte le persone che stanno male, indipendentemente dalla causa del loro malessere (sono stati curati rapinatori o terroristi feriti in conflitti a fuoco, Totò Reina è stato operato a 93 anni).
- La discriminazione dei non vaccinati per l’accesso al lavoro e alla vita sociale (“green pass”) è vietata dalla Comunità Europea. L’Italia è sotto procedura di infrazione per tale comportamento.
- L’applicazione di ulteriori discriminazioni a danno di soggetti non vaccinati (“super green pass”) non ha dato alcun risultato sanitario rilevante nei Paesi dove è stata applicata (ad esempio Austria). Direi “ovviamente” perché è quello che capita se si tolgono dalla circolazione soggetti che si controllano almeno 1 volta alla settimana (i non vaccinati che devono lavorare e spostarsi) e si lasciano circolare solo quelli che non si controllano mai (i vaccinati, contagiosi come gli altri)
La discriminazione e la limitazione dei diritti di una parte della popolazione italiana – molti milioni di individui sani, onesti, che non hanno fatto nulla di illegale – non ha precedenti nella storia della nostra Repubblica Democratica, ma li ha solo nell’assolutismo oscurantista che l’ha preceduta e negli altri che periodicamente, hanno infestato e infestano il mondo.
La vaccinazione obbligatoria della popolazione infantile (che non ha nulla da temere dal covid, ma qualcosa da temere dai vaccini) è inspiegabile in modo razionale.
I destini dell’Italia sono in mano ad uno spregiudicato banchiere con faccia da rettiliano come Mario Draghi, ad un idealista comunista dall’espressione perennemente malaticcia come Roberto Speranza e al suo vice Sileri, in pieno conflitto di interesse; alla signora Lamorgese capo di una forza pubblica che deve uscire dall’ambiguità per quanto accaduto alla sede nazionale della Cgil a Roma e che si è “distinta” nelle repressioni di persone indifese a Trieste e Milano, mentre la vera criminalità agisce ovunque alla luce del sole, senza che sia ritenuto necessario affrontarla e combatterla con la stessa decisione e gli stessi mezzi. La politica estera è in mano a Luigi Di Maio (come dire che la politica estera italiana non esiste). E per fortuna non conosco i profili degli altri componenti di questo “governo dei migliori”.
E’ pur vero che oltre a questi personaggi lugubri va segnalato un mondo di persone di provatissima fede democratica (Mattarella, Prodi, Renzi, Letta, Bonaccini, il sindaco della mia città, solo per fare alcuni esempi a cui vanno aggiunti intellettuali, artisti, giornalisti e vasta parte del ceto medico) impegnato con ferocia nella costruzione di questa nuova bio-etica liberticida.
Perché lo fanno?
Secondo me si dividono in due categorie, così come nelle stesse due categorie si può dividere la grande fetta di popolazione che sostiene questo processo.
Li chiamerò sommariamente i “ci sono” e i “ci fanno”.
I “ci sono” pensano ancora che il problema sia sanitario. Ovvero pensano che questa mole mostruosa di provvedimenti che da due anni avvelena la vita pubblica abbia unicamente la finalità di contenere la malattia virale. Se ne sono convinti e lo ritengono un dogma religioso a cui ricondurre ogni comportamento. Pensano che il contrasto alla diffusione del virus sia la battaglia prioritaria del pianeta (più delle battaglie contro la fame, per la pace, per l’ambiente, per la giustizia, ecc) e che sia dovuto ogni comportamento teso a combatterla, anche se di dubbia utilità, anche se puramente simbolico, anche se compromettente altri aspetti della vita e delle ambizioni degli Uomini. I politici del “ci sono” non stanno, di solito, agli alti vertici. Sono figure intermedie (sindaci, amministratori locali, parlamentari) che condividono ed interpretano il sentimento di panico virale in cui il loro popolo si trova da due anni e questo li definisce come “vicini al popolo” e quindi, a loro modo, democratici. A livello di semplici cittadini il popolo del “ci sono” è fortemente e tossicamente condizionato da un’emotività televisiva e mediatica che ha colpito anche soggetti insospettabili e solitamente impermeabili a questo tipo di circonvenzioni. Li definisco “carne da telegiornale”.
I “ci fanno”, invece, hanno piena consapevolezza della strumentalità del pericolo virale e lo utilizzano cinicamente per la costruzione di una società regolata da nuove convenzioni etiche e sociali. Ad alto livello politico, finanziario, economico, militare e religioso, questi soggetti hanno una visione nitida delle trasformazioni che ne deriveranno e utilizzano a tale scopo la paura del virus (di cui loro hanno poca o nessuna paura). Il meccanismo è simile a quello di tutte le strutture religiose, dove i sacerdoti fanno leva sulle paure del loro gregge per stabilizzare il proprio potere personale e di casta. A basso livello (cittadini comuni, di base sociopatici o ipocondriaci) i “ci fanno” non hanno la visione a lungo termine dei leader, ma provano un inconscio e morboso sentimento che li attrae verso quelli che sembrano essere i capisaldi della nuova organizzazione: digitalizzazione (lavoro, divertimenti, socialità completamente assorbiti dai video), distanziamento (riduzione di incontri, associazionismo, viaggi, aggregazioni sociali, politiche, sportive e persino familiari), disumanizzazione (negazione dell’individuo attraverso il mascheramento e la limitazione della libertà di espressione).
Assisto incredulo, da due anni, allo scempio dei principi di base con cui ero stato educato ed ero cresciuto: la vicinanza delle persone vista come risorsa (e non come pericolo); la sacralità inviolabile delle libertà di aggregazione, di movimento, di espressione artistica, culturale, politica, sindacale, sportiva, religiosa, ludica, sessuale ecc.
Penso che il vaccino (atto di modesta utilità contro il covid, così come è obiettivamente modesto il rischio di conseguenze a cui espone) non sia un modo per “uscire dall’emergenza”, ma, al contrario, un modo per finirci dentro in modo definitivo e a tempo indeterminato, subordinando ogni nostro comportamento, per sempre, ai paradigmi anti-virali. Per questo, finora non l’ho fatto.
Ora non so cosa fare e dove andare. E mi chiedo se qui c’è ancora posto per uno come me.
C’è sempre posto per gente come te capace ancora di collegare cuore e cervello. Possiamo sembrare pochi ma non siamo così pochi. Un giorno questi eventi assurdi verrà dato il giusto peso. Forse alla fine in un modo o nell’altro saremo costretti a cedere qualche passo ma finché avremo la capacità di pensare rimarremo sempre liberi
Ottimo lavoro di analisi della situazione. Certo che c’è posto per uno come te. Siamo tanti e stiamo crescendo. Restiamo uniti e fermi e decisi nelle nostre convinzioni.