Elezioni 2022 – La politica che ci meritiamo

Il grande e nobile gioco della democrazia è finito. In Italia come in molti altri Paesi.

Non piace più quasi a nessuno il meccanismo rappresentativo, avviato dopo la Seconda Guerra Mondiale, che ha permesso al popolo e ai lavoratori di ispirare le scelte dello Stato attraverso l’opera dei partiti togliendolo, almeno in parte, alle oligarchie e alle mafie.

Siamo nell’epoca in cui, con la velocità di un click, si ottengono un elettrodomestico, una cena, un film, un biglietto del treno… la trafila dell’attività di base, delle sezioni, dei congressi, della rappresentanza, del confronto di idee, del dialogo è vista come lenta, farraginosa, inadeguata a fronteggiare le sfide di una modernità che ha fretta di trasformarsi e che non sa su quanto tempo può contare per riuscirci.

La gente non va più a votare o, se ci va, sceglie superficialmente il simbolo a cui dare fiducia, tenendosi le mani libere per cambiarlo la volta successiva, senza dover rendere conto della linearità e della coerenza del proprio comportamento (che invece, per contrappasso, vengono rigorosamente pretese dagli eletti, duramente accusati se cambiano schieramento o bandiera). Frasi come “voto di pancia” o “a ‘sto giro voto per…” non sembrano espressione né di un convincimento, né di un ideale e forse nemmeno di un’idea.

Non vincono le idee, ma le personalità e i personaggi. Quasi tutti definiscono il proprio voto con il nome del leader e non con quello del partito. Come se il voto fosse una apertura di credito totale verso un uomo e non verso un orientamento o un ideale. Molti partiti non hanno nemmeno un aggettivo che li caratterizzi, come si usava un tempo. Vivono di marketing: stelle, fiori, colori, motti che non significano niente e non obbligano a nessuna posizione chiara, lasciando piena disponibilità ai leader di comportarsi secondo la convenienza del momento.

La gente insulta i politici. Tutti. Anche quelli che per cui ha votato. L’alibi diffuso è quello di ritenere i politici inadeguati al popolo; credere che il popolo dovrebbe essere rappresentato da politici “migliori“. E chi sarebbero questi politici migliori? Dove abitano? E se li conoscete perché non vi date un po’ da fare per favorirli? Perché – visto che la politica è così importante – non sacrificate una sera di palestra o di tv per andare a sostenere questi “migliori” o per essere sostenuti voi stessi, se pensate di essere più bravi e di avere le doti per accedere ai privilegi riservati ai politici?

Eppure non lo fate. E molte persone di qualità scappano dalla politica. Perché le motivazioni ideali sono scarse (niente a che vedere con gli slanci del Novecento) si guadagna poco (soprattutto nella lunga parte iniziale di una carriera, se condotta in modo onesto) e ci si muove nell’ostilità preconcetta del popolo che si desidererebbe rappresentare e del quale si desidererebbe la stima. E’ più comodo stare alla tv con i popcorn a dire che “quelli là non capiscono niente”. Se il più grande, amato e nobile personaggio si candidasse in politica (faccio ad esempio il nome neutrale di un caro estinto come Piero Angela), dopo pochi giorni e alle prime scelte difficili, finirebbe nella raccolta indifferenziata degli insulti e delle diffidenze. “Sei come tutti gli altri” urlerebbe una plebe inebetita all’ex grande, nobile e amato personaggio, colpevole di non aver risolto problemi atavici e forse tutt’altro che risolvibili. E’ il destino che hanno dolorosamente attraversato regali dell’Umanità come Aldo Moro, Mikhail Gorbaciov, Nelson Mandela… che almeno qualche quarto d’ora di tempo per prendere qualche decisione illuminata l’hanno avuto.

La triste verità è che questi sono quelli che ci meritiamo. Come è sempre stato qui e ovunque.

Fra poco andremo a votare. Molti (in numero record) mi chiedono per chi voterò. Purtroppo sono ancora sotto shock per le violenze morali e fisiche che ho subito negli ultimi due anni e che forse non mi basterà una vita per dimenticare. Ho visto i leader in cui più riconoscevo il mio pensiero annegare nell’amuchina, mascherarsi e agire da despoti fuorilegge. Ho visto un mondo laico e democratico trasformarsi in oltranzismo esoterico, oscurantista e fascista e non sono ancora pronto per restituir loro quel voto che avevo sempre concesso fino all’inverno del 2020 (quando votai per il Consiglio Regionale).

Mi piacerebbe premiare voci politiche coraggiose, ragionevoli e amiche, che mi hanno dato forza e fatto pensare che non fossi l’unico immune dal delirio. Gli onorevoli Sgarbi, Cunial, Forciniti, Paragone, Borghi… i parlamentari europei Berlato e Donato… chissà, forse ce ne sarebbero altri ai quali sarò riconoscente tutta la vita per il sostegno che mi hanno dato insieme ad altri (sempre minoranza, ma non trascurabile) intellettuali, artisti, medici, scienziati, giornalisti nei giorni più duri di questi mesi difficili e, temo, tutt’altro che terminati.

Ma è più facile che anch’io ceda alla tentazione del non voto. Perché difficilmente vorrei al mio fianco le persone che ho sopra elencato per battaglie diverse da quella anti-esoterica degli ultimi due anni. Diventerò anch’io un fan del #iostoacasa, che fu il primo, osceno, motto di questa follia e che è, in fondo, il traguardo finale di questo percorso. Lo sbocco verso una nuova realtà disumanizzata, frammentata, rinchiusa, digitalizzata, anestetizzata, pusillanime, priva di arte, di bellezza, di coraggio, di energia. Una sopravvivenza artificiosa e stiracchiata che peraltro potrà essere clikkata via facilmente nel momento in cui non servirà più, senza che ci sia nessuno a difenderla.

L’Italia non ha bisogno di cambiare la politica. Ha bisogno di cambiare etica, cultura, sensibilità. Ci vuole una certa scuola, una certa TV, una certa canzone, un certo cinema, un certo sport, una certa sessualità, una certa scienza, una certa alimentazione, una certa educazione fisica, un certo modo di usare le risorse e la natura.

Ci vogliono buoni maestri. Riconosciamoli. Scegliamoli. Via gli alibi e le maschere. Andiamo a meritarci una politica migliore.

 

 

 

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